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QUANDO IL GIOCO PORTA OLTRE LE PAROLE E LE BARRIERE CULTURALI

Un workshop per rendere le relazioni più autentiche e liberare l’espressività delle persone

Immaginate un gruppo di 40 persone, di nazionalità differenti, di età compresa tra i 25 ed i 58 anni. Sono colleghi della stessa azienda che appartengono però a team diversi. Molti non parlano una lingua comune ma solo la propria lingua di origine e tanti di loro non si sono nemmeno mai incontrati. Immaginate di riunirli in occasione di un meeting aziendale che ha lo scopo di avviare un’azione di team building. Quale può essere il modo per superare le barriere anagrafiche, culturali e linguistiche? Per facilitare forme di collaborazione che non richiedano l’uso della parola? La risposta è: il gioco, o volendo utilizzare un termine inglese sempre più diffuso, la playfulness.

È stato proprio questo l’approccio che abbiamo adottato in occasione di un incontro organizzato da un’azienda che produce attrezzature sportive, che ci ha contatti perché sentiva il bisogno di portare le persone del proprio team al di fuori del contesto lavorativo e ritagliare per loro un momento in cui fare un’esperienza di incontro diversa dal solito.

Così, abbiamo subito chiamato a bordo Angela Halvorsen Bogo, la nostra partner esperta di storytelling e di gioco trasformativo, che ci supporta in quei progetti dove sentiamo che muovere l’energia e l’engagement, anche corporeo di un grande gruppo, faccia veramente la differenza.

transformational play_Angela Bogo

Transformationl Play by Angela Halvorsen Bogo

In questo caso, il focus era quello di aiutare le persone a conoscersi al di là dei ruoli e…delle parole. Assieme abbiamo ideato un percorso per far sì che i partecipanti potessero condividere un’esperienza di leadership partecipativa e di collaborazione attraverso il gioco. Grazie ad un crescendo di complessità e coinvolgimento, abbiamo potuto creare uno spazio di incontro autentico e creativo, al di fuori dell’ordinarietà e in sole poche ore, questo team ha sperimentato cosa significhi l’attenzione verso l’ascolto reciproco, l’auto-consapevolezza e l’assenza di controllo sull’azione dell’altro, fino a provare vero senso di appartenenza.  

Il gioco infatti rappresenta un terreno molto fertile sul quale è possibile costruire in modo decisamente diverso rispetto ad altre attività tradizionali. Crea relazioni più autentiche per il fatto di non essere mediato dal verbale, dalle etichette e dalle aspettative che nel quotidiano a volte ci imprigionano. E senza fornire indicazioni di tipo cognitivo, sviluppa, attraverso il vissuto, un’ancora di memoria collettiva positiva, alla quale tornare quando si hanno difficoltà.

In questo workshop ad esempio le persone, pur sapendo molto poco di quello che stavano per fare, si sono aperte piano piano e hanno cominciato a ridere, a scherzare, a divertirsi, fino ad entusiasmarsi, entrando in contatto profondo con il piacere che genera il giocare per giocare, liberando progressivamente la propria espressività. Il gioco infatti permette una relazione calda e nutre la connessione con l’altra persona su piani esperienziali completamente differenti rispetto a quelli dell’ambito lavorativo.

Consolidare l’apprendimento collettivo al termine dell’esperienza è quindi molto importante. Per questo, alla fine del percorso, Angela ha guidato un momento di riflessione con i partecipanti al workshop, per ragionare sull’esperienza fatta, su come il gruppo ha agito diversamente rispetto al solito e su cosa ha portato il fatto di aver potuto interagire secondo questa modalità. 

VALENTINA CATENA


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