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Benessere organizzativo: quando il lavoro diventa estrattivo

Il benessere organizzativo non basta far stare meglio le persone se il lavoro continua a consumare vitalità

 

Basta sedersi in treno, aspettare un aereo o restare qualche minuto in un bar vicino a qualcuno che parla al telefono per ascoltare, quasi senza volerlo, un pezzo della vita emotiva delle organizzazioni.

 

“Lei non ha capito niente.”
“Guarda che lui si comporta strategicamente, stai attenta.”
“Sto scoppiando, lavorare con lui mi sfinisce.”

 

Frasi così sembrano piccoli sfoghi privati, ma raccontano qualcosa di importante sul benessere organizzativo. Raccontano sistemi nei quali una parte importante dell’energia non va al lavoro, alla relazione o all’apprendimento, ma alla difesa, al giudizio, alla lettura delle intenzioni altrui, alla ricerca di conferme fuori dalla stanza in cui la conversazione dovrebbe davvero avvenire.

Chiamiamolo gossip, se vogliamo, ma sarebbe riduttivo. Il gossip è spesso uno dei luoghi in cui finisce ciò che non riesce a diventare conversazione: una tensione che non sappiamo come portare direttamente, un feedback che temiamo possa compromettere una relazione, un conflitto che non trova un contenitore abbastanza maturo per essere attraversato.

Quello che non riusciamo a dire alla persona interessata continua così a circolare altrove e, mentre circola, consuma attenzione, tempo ed energia.

È anche da qui che possiamo guardare al benessere organizzativo in modo meno cosmetico: non come qualcosa da aggiungere al lavoro dopo averlo progettato, ma come una qualità del modo in cui quel lavoro viene vissuto, organizzato e metabolizzato.

Ed è qui che incontriamo il tema degli spazi più sicuri. Non spazi privi di tensione, ma condizioni abbastanza esplicite affinché ciò che accade possa essere nominato e lavorato prima di trasformarsi in gossip, difesa, cinismo o silenzio.

 

Ingollare senza digerire

 

Una delle immagini che utilizzo per descrivere il lavoro contemporaneo è questa: stiamo ingollando senza digerire.

Viviamo la nostra professione quasi esclusivamente in diretta. Una riunione finisce e quella successiva comincia, arriva una notifica, poi un messaggio, una mail, una nuova richiesta. Passiamo da una riunione all’altra con un click, senza più quel tempo intermedio in cui corpo e pensiero possono cambiare ritmo, rielaborare ciò che è appena accaduto e prepararsi a quello che viene dopo.

Accumuli esperienza, ma non necessariamente apprendimento.

Nella dimensione analogica esistevano molti tempi apparentemente improduttivi che svolgevano, senza che ce ne accorgessimo, una funzione essenziale: lo spostamento per andare a una riunione, il tragitto verso la stampante, un caffè, un viaggio. Momenti nei quali non stavi formalmente producendo, ma il pensiero continuava a lavorare.

La dimensione digitale ha eliminato molti di questi vincoli ed è straordinaria anche per questo. Il problema è che, insieme agli attriti inutili, abbiamo eliminato anche parte degli spazi spontanei di riflessione. Oggi dobbiamo imparare a progettarli intenzionalmente.

L’esperienza, infatti, non insegna automaticamente. Abbiamo bisogno di poterci voltare indietro, distinguere il fatto dalla nostra reazione, osservare una tensione invece di limitarci a subirla, riconoscere un pattern e chiederci che cosa continuiamo a ripetere.

Se questo passaggio manca, rischiamo di scambiare la velocità con l’efficienza e l’accumulo di attività con la capacità di generare valore.

Un’organizzazione può essere velocissima e imparare pochissimo.

 

Quando il benessere organizzativo diventa una riparazione a valle

 

Qui emerge un paradosso.

Da una parte cresce l’attenzione delle organizzazioni al benessere. Dall’altra continuiamo spesso a progettare il lavoro secondo logiche che producono saturazione, frammentazione, disponibilità continua e scarsità di tempo per pensare.

Non c’è nulla di sbagliato nelle iniziative di wellbeing. Possono essere utili e necessarie. Il problema nasce quando chiediamo loro di compensare un sistema che continua indisturbato a consumare le condizioni stesse del benessere.

Se riempiamo le giornate di riunioni, manteniamo le persone dentro un flusso continuo di notifiche, lasciamo conflitti e ambiguità sedimentare o confondiamo autonomia con arrangiarsi, difficilmente potremo risolvere tutto aggiungendo una pratica di mindfulness, un benefit o una nuova iniziativa di welfare.

Il benessere organizzativo inizia molto prima. Inizia nei ritmi che consideriamo normali, nella qualità delle relazioni, nel modo in cui distribuiamo potere e responsabilità, nella chiarezza delle decisioni, nella possibilità di dire che qualcosa non sta funzionando e nella capacità di fermarsi abbastanza da comprendere ciò che ci sta accadendo.

Per questo il benessere non è separabile dalla cultura organizzativa. È uno dei modi in cui quella cultura diventa visibile.

 

Il rischio dell’estrattività organizzativa

 

Siamo abituati a parlare di estrattività soprattutto quando ci riferiamo all’ambiente. Un sistema prende risorse, produce valore e lascia altrove una parte dei costi necessari per generarlo.

Possiamo applicare lo stesso sguardo alle organizzazioni. È qui che il benessere organizzativo incontra il tema dell’estrattività: non basta osservare come stanno le persone, se non guardiamo anche a ciò che il sistema consuma per produrre valore.

Esistono sistemi di lavoro che estraggono attenzione, creatività, disponibilità emotiva, tempo, adattabilità ed energia dalle persone senza occuparsi abbastanza della loro rigenerazione.

Nel breve periodo possono persino funzionare molto bene. Le persone tengono, compensano, si adattano. Qualcuno prende sulle proprie spalle una relazione difficile, qualcun altro assorbe l’ambiguità di un processo che non funziona, qualcun altro ancora rinuncia a dire qualcosa perché non vuole aggiungere un nuovo problema.

I risultati arrivano, almeno per un po’. Ma il fatto che un sistema riesca a produrre non significa necessariamente che sia sano.

Nel testo da cui nasce questa riflessione, l’immagine è molto netta: alcune organizzazioni prendono una persona, ne estraggono il valore che riescono e lasciano che il costo umano venga pagato altrove. È il principio dell’estrattività sociale: il costo non sparisce, semplicemente esce dal campo visivo dell’organizzazione.

Prima o poi quel costo riemerge nella stanchezza, nel cinismo, nella perdita di iniziativa, nei conflitti, nella disconnessione, nel turnover e, nei casi più estremi, nel burnout. Può essere assorbito dalla persona, dalla famiglia, dai sistemi di cura, dalla società, oppure tornare nell’organizzazione sotto forma di perdita di vitalità.

La domanda diventa allora:

 

quale vitalità stiamo consumando mentre produciamo valore, e quanto siamo capaci di rigenerarla?

 

Spazi più sicuri: dal gossip alla maturità relazionale

 

Uno spazio più sicuro non è uno spazio nel quale tutti stanno bene e non è un luogo privo di conflitto. È, semmai, uno spazio abbastanza maturo da permettere al conflitto di esistere senza trasformarlo automaticamente in guerra.

Questo richiede qualcosa all’organizzazione, ma richiede qualcosa anche alle persone.

Gran parte della nostra vita relazionale continua a essere governata da automatismi piuttosto semplici: ci avviciniamo a ciò che ci piace, respingiamo ciò che ci disturba, cerchiamo conferme da chi condivide il nostro punto di vista e leggiamo facilmente come minaccia ciò che mette in discussione la nostra posizione. Quando questi automatismi entrano nelle organizzazioni possono diventare gossip, alleanze, polarizzazioni, esclusioni e conflitti sotterranei.

Coltivare spazi più sicuri significa anche sviluppare una maggiore capacità di restare nella relazione quando qualcosa ci disturba. Poter dire “questa cosa mi ha messo in difficoltà” senza trasformarla immediatamente in “tu sei una persona difficile”; ricevere un feedback senza viverlo automaticamente come svalutazione; dissentire senza dover annientare l’altro o ritirarsi dalla conversazione.

Torniamo allora alle frasi ascoltate per caso. Possiamo liquidarle come cattivo clima o scarsa professionalità, oppure usarle come segnali: che cosa non è riuscito a essere detto direttamente? Quale conversazione non è avvenuta? Che cosa rende più semplice parlare di qualcuno che parlare con qualcuno?

Non significa attribuire ogni gossip all’organizzazione. La responsabilità individuale resta e la maturità relazionale non può essere delegata al sistema. Ma il sistema può rendere alcuni comportamenti più o meno probabili.

Se il dissenso viene punito, se l’errore avvia immediatamente la ricerca del colpevole, se il potere non può essere nominato o il feedback arriva solo quando qualcosa è ormai degenerato, le persone imparano rapidamente a trovare altre strade.

Uno spazio più sicuro cambia lentamente questa grammatica: non elimina il conflitto, crea le condizioni perché possa tornare alla fonte ed essere lavorato.

 

Tecnologia, AI e coscienza organizzativa

 

La tecnologia rende ancora più evidente questa sfida.

Ogni nuovo strumento promette efficienza e spesso la produce davvero. Ma crea anche nuove stanze da abitare, nuovi flussi informativi e nuove possibilità di essere raggiunti.

Teams, Slack, mail, piattaforme progettuali, notifiche. Ora l’AI.

Non basta quindi chiedersi che cosa uno strumento sia capace di fare. Serve chiedersi anche che cosa fa a noi mentre lo utilizziamo.

Nel testo originario c’è un’immagine molto concreta: ogni piattaforma genera messaggi e aggiornamenti e, a fine giornata, servirebbe quasi un’altra giornata per recuperare tutto ciò che è successo. Anche una sintesi prodotta dall’AI non risolve necessariamente il problema, perché la questione non è soltanto avere più velocemente accesso all’informazione: è decidere quanta informazione abbia senso produrre e presidiare.

L’AI può certamente riassumere, automatizzare e ridurre attività a basso valore. Ma non può decidere al posto nostro quale sia un ritmo sano, quale conversazione non possa essere delegata o quando sia necessario fermarsi.

La sfida, ancora una volta, non è soltanto tecnologica. È evolutiva.

 

Quattro pratiche per coltivare benessere organizzativo e spazi più sicuri

 

  1. Restituire al lavoro spazi di digestione

    Non riempire automaticamente ogni vuoto, ma progettare momenti nei quali l’esperienza possa diventare apprendimento. Non solo “a che punto siamo?”, ma anche “che cosa stiamo capendo?”, “che cosa ci sta consumando?”, “che cosa dovremmo smettere di fare?”.

  2. Osservare dove finiscono le conversazioni che non riusciamo ad avere

    Gossip, chat private e sfoghi possono essere segnali. Non per controllarli o reprimerli, ma per domandarci quale spazio manca perché quella tensione possa arrivare nel luogo in cui può essere affrontata.

  3. Leggere il benessere organizzativo insieme alla vitalità del sistema

    Non domandarsi soltanto come stanno le persone, ma quali condizioni del lavoro stanno nutrendo o consumando energia, dove si concentrano costi invisibili e chi li sta assorbendo.

  4. Governare consapevolmente tecnologia e AI

    Introdurre uno strumento significa anche decidere quali comportamenti vogliamo favorire, quali confini servono, quali tempi di risposta sono realmente necessari e quali spazi vogliamo proteggere.

 

Domande sul benessere organizzativo: cosa osservare nel sistema

 

  • Dove le persone stanno ingollando esperienze senza avere il tempo di digerirle?

  • Quali tensioni trovano spazio soprattutto nelle conversazioni laterali?

  • Quale energia il sistema sta consumando senza accorgersene?

  • Quanto del nostro benessere organizzativo interviene sulle condizioni reali del lavoro e quanto cerca, invece, di compensarne gli effetti?

  • E quali conversazioni diventerebbero possibili se lo spazio fosse un po’ più sicuro?

 

Mettere la vita al centro

 

Un’organizzazione può crescere e perdere vitalità. Può diventare più efficiente e, nello stesso tempo, meno capace di apprendere. Oppure può aumentare la performance e diminuire la qualità delle relazioni che quella performance rendono possibile. O magari può investire sul benessere organizzativo e continuare a progettare forme di lavoro estrattive.

Per questo la domanda sul benessere organizzativo deve diventare più radicale.

Non basta chiederci come far stare meglio le persone dentro il sistema che abbiamo costruito. Dobbiamo chiederci:

 

che tipo di sistema stiamo costruendo?

 

Gli spazi più sicuri hanno a che fare con questo. Sono una delle condizioni che permettono a un’organizzazione di vedersi mentre lavora, di ascoltare ciò che tende a espellere, di attraversare le proprie tensioni senza nasconderle e di trasformare esperienza in apprendimento.

Non servono a eliminare il rischio, ma a rendere possibile una relazione più adulta con il rischio, il conflitto, il potere e la responsabilità.

Perché il contrario di un’organizzazione estrattiva non è un’organizzazione che rinuncia ai risultati. È un’organizzazione capace di generare valore senza consumare le condizioni umane, relazionali e organizzative che le permetteranno di continuare a farlo.

 

Benessere organizzativo

<<< leggi l’articolo precedente > Le pratiche organizzative per uno spazio più sicuro

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