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Le pratiche organizzative per uno spazio più sicuro

Ruoli chiave, rituali, comunicazione interna e feedback: come il sistema può rendere lo spazio più sicuro

 

Uno spazio più sicuro non nasce perché viene dichiarato. I due casi di cui vi stiamo per raccontare, entrambi accaduti in organizzazioni spiccatamente manifatturiere, mostrano come siano le pratiche organizzative a renderlo progressivamente più possibile.

In entrambi, alcune pratiche organizzative rendono possibile nominare tensioni, portare idee, ricevere aggiornamenti e trasformare ciò che emerge in apprendimento.

 

La frattura uffici-produzione: quando i ruoli chiave diventano snodi del sistema

 

Partiamo dalla storica frattura uffici-produzione.

Ci troviamo alla fine di una riunione che sancisce la chiusura di un progetto speciale dentro l’organizzazione. Questo progetto aveva l’obiettivo di rinnovare i ruoli di team leader e capi reparto sulla base delle nuove sfide che si stavano vivendo all’interno della produzione. Si sentiva sempre di più il bisogno di avere responsabili di reparto in grado di gestire persone, oltre che competenti a livello tecnico.

Alla fine dell’incontro, durante la sessione di check-out, uno dei team leader, che chiameremo Riccardo, ha scelto di condividere apertamente la propria soddisfazione per il percorso svolto. Il senso delle sue parole era:

 

«Mi sono sentito davvero ascoltato. Riconosco nell’output un lavoro di squadra, costruito anche a partire dal punto di vista della produzione».

 

Riccardo era stato molto partecipativo durante gli incontri passati, portando sempre il suo punto di vista all’interno di un confronto che inizialmente non era stato esente da tensioni.

Agli incontri partecipavano infatti sia alcuni rappresentanti della produzione, sia alcuni rappresentanti degli uffici, nello specifico figure HR. Il contesto organizzativo di cui stiamo parlando, da tempo lavora per avvicinare queste due anime aziendali, che ancora spesso si sentono lontane.

Riccardo era, tra gli esponenti produttivi, quello più reattivo e non raramente portava un punto di vista polemico. Ma non per questo è stato ammonito, tutt’altro: la sua partecipazione è stata voluta proprio per questa sua caratteristica.

Ad esempio, non ha mancato di esprimere sfiducia nei confronti dei colleghi, ritenendoli poco in grado di affrontare le sfide del ruolo emergenti.

 

Quando le tensioni diventano criteri di progettazione delle pratiche organizzative

 

Momenti di tensione come questi non sono stati gestiti cercando consenso immediato, ma utilizzati come materiale di lavoro per definire insieme quali competenze e comportamenti fossero realmente necessari per il nuovo ruolo.

La possibilità di rendere esplicite anche posizioni critiche ha permesso al gruppo di costruire criteri condivisi, trasformando opinioni individuali in elementi di progettazione organizzativa.

 

Nuove alleanze tra HR e produzione

 

Il valore che le figure HR hanno portato durante questo percorso è stato quello di mettersi in discussione, riconoscere alcuni errori e valorizzare il punto di vista dei colleghi della produzione.

Sono state create coppie e piccoli gruppi di lavoro, che hanno permesso di far avanzare il progetto rapidamente. Il risultato è andato oltre le attese: oggi il ruolo del team leader e del capo reparto è aggiornato. Tiene conto dell’esperienza dei diretti interessati. Inoltre, tra produzione e uffici si sono create nuove alleanze, importanti per ridurre la distanza e favorire uno scambio più equo.

Questo è stato possibile dalla creazione di spazi di relazione e dialogo in cui, prima del ruolo, si è guardato alla persona, alle sue caratteristiche uniche, alle sue attitudini, e sulla base di queste si sono costruite interazioni sia individuali che collettive.

Il successo di questa esperienza è visibile anche in ciò che si è attivato dopo. I team leader e i capi reparto coinvolti nel progetto speciale hanno continuato a collaborare con le figure HR. Insieme hanno diffuso i nuovi mansionari all’interno degli stabilimenti.

La partecipazione è un primo segnale che indica che qualcosa nel sistema sta cambiando: nuove condizioni di dialogo stanno rendendo più possibile il confronto tra uffici e produzione.

 

Aprire rituali di confronto per uno spazio più sicuro

 

Passiamo adesso a un altro caso che racconta di come lo spazio può diventare più sicuro all’interno dei contesti produttivi stessi, anche quelli più ostici.

Immaginatevi di essere un Responsabile Operations di un’organizzazione metalmeccanica in cui non si sono mai proposte riunioni. Immaginatevi allora di dover convocare la prima riunione con la presenza dei capi reparto e dei carpentieri più esperti. Panico.

 

Cosa gli dico? Cosa mi diranno? Non ho ancora tutte le informazioni. Sarà una perdita di tempo. Parleranno sicuramente di aumenti. Meglio aspettare.

 

Fino a che, coraggiosamente, non fate un tentativo.

Ci troviamo all’interno di quel primo tentativo e constatiamo che non è così male come pensavamo. Le persone sono state coinvolte con l’obiettivo di raccogliere da loro alcuni spunti di miglioramento per l’organizzazione del reparto e il suo clima lavorativo.

Come favorire l’emersione di queste idee all’interno di un gruppo che non è avvezzo a tali conversazioni? La prima cosa utile è stata comunicare il perché proprio loro.

Sentire che i propri responsabili li riconoscevano come i migliori carpentieri dell’organizzazione ha subito riscaldato l’ambiente.

Il riconoscimento reciproco è un ingrediente fondamentale per la creazione dello spazio sicuro e troppo spesso ci dimentichiamo di agirlo, soffermandoci prevalentemente su ciò che non va invece di risaltare quello che i colleghi fanno bene.

 

Riconoscimento, linguaggio e feedback

 

Poi ha avuto un grande impatto dimostrare che in un incontro di questo tipo si può parlare anche di tensioni, senza litigare.

Spostamenti di postazione continui, informazioni non comunicate, modalità di linguaggio ambigue sono tutti temi emersi e discussi senza che però nessuno additasse nessuno, individuando e concordando sul bisogno sottostante.

Ad esempio, uno dei carpentieri ha detto a un collega, che era anche il suo responsabile, che era rimasto male per un commento ricevuto qualche giorno prima:

 

«Ultimamente non ne azzecchi una!».

 

Il fatto che questo feedback potesse essere portato direttamente al proprio responsabile è già un elemento significativo: rende visibile uno spazio in cui anche una relazione asimmetrica può essere attraversata con maggiore apertura.

Questo commento generalizzante lo aveva disturbato perché non specificava in cosa avesse sbagliato e lo faceva sentire semplicemente sbagliato.

L’interazione è avvenuta nel rispetto della parola e si è conclusa con un chiarimento tra gli interessati. Il gruppo ha anche definito due principi per il futuro: 1) niente commenti generalizzanti; 2) niente commenti estemporanei. Meglio prendersi il tempo e lo spazio giusti per parlare di ciò che non va.

 

Aggiornamenti chiari: la comunicazione interna come processo essenziale

 

Da questa prima conversazione il Responsabile Operations ha raccolto una prima lista di idee su cui sperimentare delle azioni e a stretto giro ha riconvocato il gruppo per fornire un aggiornamento.

Questo passaggio è importante: la comunicazione interna non è solo trasmissione di informazioni, ma un processo essenziale che tiene connesse le parti del sistema. Quando un gruppo porta idee o criticità e poi riceve un aggiornamento chiaro, impara che parlare può produrre effetti. Quando invece non accade nulla, la partecipazione si consuma.

In questo secondo incontro è stato chiesto ai partecipanti ogni quanto volessero fare questi incontri. La risposta è stata unanime:

 

«Tutte le settimane!».

 

Immaginatevi di essere nuovamente quel Responsabile Operations: tutti i vostri timori, in primis la preoccupazione di non essere abbastanza preparato, svaniscono di fronte alla realizzazione di avere di fronte una squadra di persone partecipative.

 

Quando il confronto diventa un’abitudine organizzativa

 

Questo percorso di coinvolgimento del gruppo dei carpentieri è ancora all’inizio. I temi più profondi e trasformativi devono ancora emergere. Ma costruire le basi per uno spazio sempre un po’ più sicuro è già un passaggio chiave. Può rendere le condivisioni più rischiose, ma anche più autentiche ed evolutive.

Lo spazio sicuro infatti non accade dichiarandolo, si costruisce attraverso pratiche quotidiane. Goccia dopo goccia.

Il Responsabile Operations adesso ha altre domande da porsi rispetto ai dubbi iniziali:

 

Cosa possiamo fare affinché Roberta parli di più durante gli incontri?

Come far sì che Giuseppe si senta sicuro nel dare un feedback al suo responsabile? E sì che questo accada di più?

Come consentire di partecipare a più persone?

 

Il risultato di questa esperienza non è aver risolto tutti i problemi, ma aver creato una nuova abitudine organizzativa: un rituale di confronto in cui aggiornamenti, feedback e tensioni possono essere portati con maggiore continuità.

 

Il nostro punto di vista per abilitare uno spazio più sicuro

 

Per Peoplerise, parlare di spazio più sicuro significa guardare alle organizzazioni da più prospettive. La matrice integrale dei Quattro Quadranti di Ken Wilber ci aiuta proprio in questo: evitare di ridurre ciò che accade a una sola dimensione.

In questo articolo l’attenzione si concentra soprattutto sulla dimensione esteriore del sistema: comportamenti osservabili, ruoli, rituali, pratiche di collaborazione e modalità di comunicazione.

Se guardiamo al singolo comportamento, un feedback, una convocazione, una reazione in riunione, siamo nella dimensione esteriore individuale. Quando però quel comportamento diventa accordo condiviso, processo, rituale ricorrente o modo stabile di lavorare, entriamo nella dimensione esteriore collettiva.

È qui che uno spazio più sicuro diventa visibile e abilitante: non solo come percezione individuale o intenzione dichiarata, ma come insieme di condizioni concrete che permettono alle persone di portare idee, tensioni, feedback e responsabilità.

Nel primo caso, il lavoro sui ruoli di team leader e capi reparto non è solo un aggiornamento di mansionario: diventa un’occasione per ridefinire comportamenti attesi, responsabilità e alleanze tra produzione e uffici.

Nel secondo caso, una riunione che non esisteva diventa un rituale ricorrente. Il feedback smette di essere un commento estemporaneo e diventa un accordo su come parlarsi. L’aggiornamento del Responsabile Operations diventa un segnale: ciò che viene portato non evapora, ma ritorna al gruppo come informazione utile.

Per questo la matrice integrale è importante per Peoplerise: ci ricorda che non basta lavorare sulle intenzioni o sulle percezioni individuali. Serve osservare anche le pratiche organizzative che rendono possibile, o impossibile, la parola.

Un sistema non è neutro: può rendere più facile tacere, oppure può costruire pratiche che aiutano le persone a partecipare con maggiore responsabilità.

 

Cinque pratiche organizzative per uno spazio più sicuro

 

Per far evolvere uno spazio più sicuro non basta chiedere alle persone di partecipare di più. Servono pratiche organizzative e condizioni concrete che rendano la partecipazione possibile, utile e sostenibile nel tempo.

  1. Coinvolgere i ruoli chiave fin dall’inizio.

    Nei sistemi produttivi, alcune persone vedono tensioni, criticità e possibilità che altri non vedono. Coinvolgere team leader, capi reparto, figure HR e persone esperte dei reparti non è solo un gesto partecipativo: è un modo per progettare ruoli, competenze e comportamenti più aderenti alla realtà.

  2. Disegnare rituali che rendano le tensioni attraversabili.

    Le tensioni non diventano generative da sole. Hanno bisogno di spazi, tempi e rituali che permettano di nominarle, attraversarle e trasformarle in apprendimento. Un check-out, una riunione ricorrente, un piccolo gruppo di lavoro, un momento strutturato di confronto possono fare la differenza: non eliminano la tensione, ma le danno una forma in cui può essere ascoltata e utilizzata.

  3. Rendere la comunicazione interna un processo essenziale.

    Informazioni non comunicate, linguaggi ambigui e aggiornamenti mancanti possono chiudere lo spazio più di quanto immaginiamo. La comunicazione interna non è solo “dire le cose”: è un processo che tiene connesse le parti del sistema, riduce interpretazioni difensive e permette alle persone di capire cosa sta accadendo, perché e con quali conseguenze sul proprio lavoro.

  4. Costruire accordi pratici di feedback.

    Dire ciò che non va è più sostenibile quando esistono accordi chiari: evitare commenti generalizzanti, nominare comportamenti specifici, scegliere tempi adeguati, distinguere la persona dal problema. Il feedback diventa più utile quando non resta giudizio, ma apre una possibilità concreta di apprendimento e miglioramento.

  5. Chiudere il cerchio con aggiornamenti chiari.

    Quando un gruppo porta idee, criticità o proposte, è fondamentale tornare a dire cosa ne è stato: cosa verrà sperimentato, cosa è stato deciso, cosa non è possibile fare ora e perché. Senza aggiornamenti chiari, la partecipazione si consuma; con una restituzione puntuale, il sistema impara che parlare può generare effetti.

 

Domande per leggere le pratiche organizzative del sistema

 

  • Quali ruoli chiave oggi possono aprire o chiudere lo spazio nella nostra organizzazione?

  • Quali rituali aiutano davvero il sistema a portare, ascoltare e trasformare le tensioni?

  • Dove la comunicazione interna oggi si interrompe, diventa ambigua o arriva troppo tardi?

  • Quando qualcuno porta un’idea o una criticità, come chiudiamo il cerchio con aggiornamenti chiari?

  • Quali accordi minimi di feedback renderebbero più sostenibile dire ciò che non va?

 

 

Sistemi vivi: pratiche organizzative e spazi più sicuri

 

Spesso immaginiamo lo spazio sicuro come una caratteristica che un’organizzazione possiede o non possiede. In realtà, le organizzazioni sono sistemi vivi: cambiano attraverso le azioni quotidiane delle persone che ne fanno parte.

Ogni volta che qualcuno porta un punto di vista diverso o un leader sceglie di ascoltare invece di difendersi, il sistema cambia. Lo stesso accade quando un gruppo attraversa un confronto difficile senza rompere la relazione: si crea una nuova possibilità organizzativa.

I due casi raccontano proprio questo: uno spazio più sicuro non nasce perché viene dichiarato, ma perché nel tempo prendono forma nuove pratiche organizzative di collaborazione.

  • Nel primo caso, il dissenso di Riccardo non è stato neutralizzato o corretto, ma utilizzato come contributo per costruire insieme un nuovo modello di ruolo, trasformando una distanza storica tra produzione e uffici in una possibilità di confronto.
  • Nel secondo caso, un gruppo abituato a lavorare senza momenti strutturati di dialogo ha iniziato a definire nuove regole condivise su come affrontare tensioni e feedback, rendendo più espliciti i comportamenti necessari per collaborare meglio.

Per sviluppare questa capacità collettiva di attraversare il conflitto senza generare polarizzazione, chi ha più potere deve spesso fare il primo passo. Può significare mettere in discussione le proprie convinzioni e riconoscere i propri errori. Può anche significare creare spazio perché gli altri possano esporsi.

Quando questi comportamenti diventano pratiche condivise, rituali di confronto e nuove modalità di lavoro, lo spazio sicuro smette di essere solo un’esperienza individuale e diventa una qualità del sistema organizzativo.

 

Di Isabelle Ciampi

 

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<<< leggi l’articolo precedente > Non esistono spazi sicuri se il potere non si può nominare

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