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ALLACCIATE LE CINTURE, PEOPLERISE VI GUIDA IN UN VIAGGIO AD U

ecco come avviamo processi di trasformazione nelle aziende grazie alla teoria di Otto Scharmer

Si chiama Teoria U perché identifica quel percorso di cambiamento che, invece di attraversare un iceberg nella parte visibile, si tuffa nell’acqua, scende ad immergersi pian piano, per arrivare a capire cosa c’è in profondità, a valle della forma U, per poi risalire come un razzo a destra e portare in superficie qualcosa di radicalmente diverso. Il processo, dall’inizio alla fine, ha lo scopo di far accadere una trasformazione nelle persone affinché entrino in connessione con la più alta possibilità di sé. Si basa su una ricerca scientifica che ha identificato e accertato quali sono i metodi e gli approcci che gli esseri umani adottano quando riescono a cambiare sé stessi e il contesto in cui vivono.

“La Teoria U è una sistematizzazione di intuizioni – spiega Valentina Catena, consulente di Peoplerise – di cui molte persone fanno esperienza, senza esserne consapevoli, quando affrontano un processo di trasformazione. È un’astrazione che parte però dall’osservazione della realtà. Deriva infatti da una ricerca condotta da Otto Scharmer, docente del MIT di Boston e fondatore del Presencing Institute, centro di studi internazionale sul cambiamento sociale e la leadership, nata sulla base di oltre 100 interviste a leader, tra amministratori delegati, politici, artisti, sportivi, musicisti, esponenti delle organizzazioni non governative, che, attraverso la propria azione, hanno cambiato in meglio il contesto che li circonda e stanno continuando a farlo.”

La Teoria U in sostanza è rintracciabile in tutte le situazioni in cui avviene una trasformazione a beneficio di qualcosa di più grande, durante la quale le persone riescono a connettersi ad una visione che sentono profondamente radicata con quello che sono e con quello che la vita e il contesto li ha chiamati a diventare.

“Il viaggio che Peoplerise effettua nelle aziende – sottolinea Valentina – segue una successione di fasi ben identificate dalla Teoria U. Innanzitutto si parte dall’individuazione della sfida che le persone che partecipano al processo vogliono superare. E successivamente, anziché cercare subito la soluzione, come avverrebbe in un approccio tradizionale, si affrontano diverse tappe che consentono un’esplorazione profonda. Il percorso permette infatti di guardare in modo nuovo alle problematiche, entrando in connessione autentica con la motivazione che guida ciascuno di noi.”

Il processo di trasformazione è individuale ma avviene sempre in modo partecipato e condiviso all’interno del gruppo.

“Quello che noi facciamo innanzitutto – mette in evidenza Valentina – è creare uno spazio sicuro in cui le persone possano entrare in contatto fra loro, allenare l’empatia, guardarsi non solo come colleghi ma anche come esseri umani e condividere in modo autentico. Lo facciamo facilitando i dialoghi, ponendo domande che consentano alle persone e al gruppo di osservare con modalità diverse e attraverso una serie di esercizi che hanno lo scopo di ispirare, lasciare libera l’intuizione e sviluppare una dinamica di apertura e di coraggio.”

L’obiettivo finale è passare da una visione egocentrica, focalizzata sugli interessi della propria piccola parte di appartenenza, ad una visione ecosistemica, che faccia alzare lo sguardo dal proprio orticello e consenta di vedere l’insieme, la città in cui si trova l’orticello e oltre.

“Viaggiando attraverso la Teoria U – riprende Valentina – affrontiamo una riflessione sulla situazione corrente, sulle qualità uniche e le motivazioni di ciascun partecipante, fino ad arrivare a far emergere qual è il contributo che ognuno vuole dare come essere umano, professionista e appartenente ad un gruppo. Mano a mano che scendiamo nella U, le persone iniziano a sentire cosa significa veramente far parte di qualcosa di più grande. Infine, verso il completamento del viaggio, viene elaborato un prototipo. Noi diciamo che questa è la fase in cui si passa dal cuore alla mano, alla fase dell’agire. È il momento in cui le risposte alle domande inziali prendono una forma.”

Il processo di trasformazione però, come qualsiasi viaggio, non è esente da difficoltà e in questo caso si tratta delle resistenze che tutti noi incontriamo quando cerchiamo di aprire il nostro cuore. La Teoria U in particolare individua tre diversi ostacoli possibili: la voce del giudizio, quella del cinismo e quella della paura di agire in maniera radicalmente nuova.

“È uno scudo legittimo che tutti noi adottiamo – spiega Valentina – perché non siamo più abituati a vivere i contesti lavorativi come luoghi per crescere come esseri umani. Avviene infatti il più delle volte una divisione: il lato “noi come persone dentro al lavoro” e “noi come persone fuori dal lavoro”. È per questo che la Teoria U è importantissima, perché permette una connessione profonda con noi stessi, la riscoperta di qualità interiori andate dimenticate e del nostro potenziale di crescita. Consente un’adesione più forte a quello che facciamo, l’acquisizione di un senso e la riscoperta di noi come esseri umani e non come macchine dentro ad un ingranaggio.”

La trasformazione una volta avvenuta agisce a livello individuale, di team e di organizzazione ma la prospettiva può essere ancora più ampia.

“Questo processo – conclude Valentina – può consentire al mondo del business di guardare in un’ottica sistemica il proprio ruolo, di adottare quindi una prospettiva diversa, di alleanza fra esseri umani e con le altre istituzioni e corpi sociali per la soluzione di problemi come la povertà, la sostenibilità dello sviluppo, l’inclusione di chi vive ai margini.”


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