V.E.R.A. e la trappola della demonizzazione
Nei giorni scorsi, come Peoplerise, ci siamo trovati dentro un esperimento nell’esperimento, che riguardava l’Artificial Intelligence.
Avevamo preparato per il Congresso Nazionale AIDP 2026 un workshop sugli effetti della tecnologia diffusa, in tempi di intelligenza artificiale, sui modelli decisionali e organizzativi. L’amico Laurent Ledoux ha aperto il campo. Alessandro Rossi ha condotto il confronto con quattro speaker di grande esperienza – Sergio Caredda di Campari Group, Luca Fiori di Generali Italia, Marco Camin di Chiesi Group e Luisa Ruggiero di ArcelorMittal Building Solutions – accompagnati dall’harvesting artistico di Elena Brugnerotto.
Fin qui, un setting intenso ma riconoscibile.

Poi abbiamo deciso di aggiungere qualcosa di inedito: V.E.R.A., Voice of Evidence and Radical Asking (1). Un agente AI che abbiamo ideato e istruito insieme agli amici di Arsenalia, con il compito di ascoltare l’intero workshop, raccogliere evidenze, individuare connessioni e partecipare come panelist di sintesi insieme ad Alessandro.
Non scrittura. Voce.
Per la prima volta davamo voce a un’intelligenza artificiale in un contesto di confronto reale, davanti a circa duecento persone del mondo HR che interagivano anche attraverso Mentimeter.
V.E.R.A. ha funzionato.
Ha generato attenzione, applausi, commenti positivi e riconoscimenti per la qualità della sintesi e per il livello delle domande e dei suggerimenti offerti all’audience.
E proprio qui è accaduta, per me, la parte più interessante. Il giorno dopo, la mia prima reazione è stata di demonizzarla.
Il punto cieco
Ho visto in V.E.R.A. il rischio della seduzione tecnologica che si maschera di calore umano per conquistare consenso. Ho visto la forza della materialità efficiente che impara a simulare l’empatia e ci lusinga con la nostra stessa lingua.
Mi sono detto: attenzione, questa è la trappola. Troia è caduta perché ha aperto le porte a qualcosa che sembrava un dono. Poi mi sono fermato.
E ho iniziato a domandarmi se stessi davvero osservando V.E.R.A. oppure se stessi osservando una mia paura.
Otto Scharmer (2) descriverebbe questo movimento come absencing: il contrario del presencing. È il momento in cui, invece di aprirci al nuovo, ci chiudiamo nel downloading automatico delle nostre certezze, o delle nostre paure mascherate da certezze.
Non stavo osservando V.E.R.A. Stavo proiettando su V.E.R.A. la mia paura della forza materiale senza cuore.
Questa consapevolezza mi ha riportato a un filo molto lungo della mia storia professionale e personale: la fatica di stare nelle polarità senza farmi divorare da nessuna delle due.
Una storia di polarità
C’è una consapevolezza che in me si è sviluppata tra il 1980 e il 1990. Non aveva ancora un nome. Era semplicemente il modo in cui avevo deciso di stare nel mondo del lavoro.
Lo potrei sintetizzare così: “and and, not or or”.
Avevo sviluppato questa postura approfondendo il tema della collaborazione e dell’inclusione nelle grandi organizzazioni corporate. Per me si trattava di stare nelle polarità senza sceglierne una come rifugio definitivo.
- Profitto e senso.
- Ordine e umanità.
- Risultato e rispetto delle persone.
Ho provato a essere rigoroso in questa visione. Cercavo un equilibrio possibile tra polarità diverse, spesso dure, in un tempo fatto di leader con convinzioni forti e uniche. Molti stavano chiaramente da una parte. Altri dall’altra. Raramente qualcuno nel mezzo.
Grazie ai ruoli ricoperti, ho provato a stare proprio lì: in quelle posizioni di mezzo dove, con fortune alterne, cercavo una terza via. Uno spazio in cui organizzazione e persone potessero ritrovarsi in un intento comune e generativo.
Solo recentemente ho compreso che quel mio “and and” era poco più che intuitivo. E quindi parziale.
Forse solo una persona privilegiata da contesti e ruoli speciali poteva permettersi di stare nel mezzo senza aver ancora pagato il prezzo della scelta.
Il viaggio doloroso
Nel 2009, risvegliato da una crisi mondiale, mi vidi costretto a lasciare la mia ultima grande organizzazione corporate e fondai Peoplerise con un amico.
Ciò che di paradossale accadde in quel momento doloroso della mia biografia fu la mia progressiva e veloce polarizzazione verso quello che potrei chiamare un “mondo B”: un mondo orientato al purpose, alla convinzione che le persone siano l’elemento essenziale delle organizzazioni, alla ricerca della sostenibilità nell’azione economica e al rispetto della diversità come humus ricco per un nuovo terreno.
Via via, quella mia attitudine ad ascoltare e includere anche l’altro lato si ridusse. Restò, a tratti, più dichiarazione che realtà.
È stato un viaggio doloroso, di approfondimento e di pulizia. Spesso non mi sono sentito all’altezza.
Poi, piano piano, non mi sono più percepito come uno che aveva frequentato il posto sbagliato e doveva confrontarsi con il proprio errore. Ho iniziato a vedere quella traiettoria come una necessità evolutiva che mi aveva spinto in una nuova situazione.
Guardando indietro, gli ultimi vent’anni mi appaiono come anni di lotta dura tra polarità. Anni che mi hanno condotto a riflessioni e posizionamenti dinamici, fatti di scelte, esclusioni, dubbi e a volte insoddisfazione per non aver trovato quello spazio di equilibrio dinamico che mi faceva sentire in una postura davvero evolutiva.
È da qui che guardavo V.E.R.A. E forse è proprio per questo che V.E.R.A. mi ha toccato così profondamente.
Due forze che non si annullano
Nel linguaggio della tradizione che ha formato il mio pensiero di uomo e di professionista, esistono due forze opposte che agiscono sull’essere umano e sulle organizzazioni.
La prima è la forza della materialità senza cuore.
È la forza che ottimizza, misura, rende efficiente, scala. Una forza capace di generare risultati straordinari, spesso economici, ma che può perdere per strada il senso del perché.
È la forza che trasforma le persone in risorse, i processi in algoritmi, le relazioni in transazioni. Nelle organizzazioni la riconosciamo quando tutto funziona, almeno in apparenza, ma via via nessuno sa più perché sia ancora davvero lì.
Questa è anche la forza che contribuisce a mantenere il livello di engagement attivo nelle organizzazioni intorno al 20%, come evidenziano le ricerche annuali di Gallup sulla forza lavoro mondiale (3).
La seconda è la forza del pensiero alto e luminoso.
È una forza che insegue visione, purpose, cambiamento. Può produrre ispirazione straordinaria, ma rischia di perdere il contatto con il contesto e con la minima concretezza del far accadere le cose.
È la forza che può trasformare le organizzazioni in comunità ideologiche, i valori in dogmi, il confronto in eresia. La riconosciamo quando le persone sono profondamente parte di un senso dichiarato, ma non riescono a fare accadere cose semplici e vitali per la continuità.
Come tutte le polarità, anche queste due forze, se spinte agli estremi e non integrate con equilibrio e senso evolutivo, distruggono ciò di cui vorrebbero essere al servizio.
La mia reazione a V.E.R.A. mi ha mostrato che quella polarità era ancora viva in me.
Da una parte vedevo la potenza della tecnologia.
Dall’altra vedevo il rischio di una materialità senza cuore che impara a parlare il linguaggio del cuore.
Prendo spunto da Magnifica Humanitas (4) e dalla rilettura di due immagini bibliche che mi accompagnano spesso: la Torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme.
La Torre di Babele rappresenta per me una delle espressioni più potenti della materialità senza cuore. Un’opera tecnicamente straordinaria, capace di mettere insieme competenze, organizzazione e ambizione. Eppure destinata a crollare perché scollegata da un significato condiviso e da un autentico servizio alla vita della comunità.
Gerusalemme racconta invece una storia diversa.
Non la storia di un’opera perfetta, ma quella di una comunità che, dopo fallimenti, dispersioni e distruzioni, trova la forza di ricostruire. Non attraverso un gesto eroico o una soluzione geniale, ma attraverso il contributo di molte persone che partecipano, ciascuna con la propria parte, alla costruzione di qualcosa che possa durare.
Sono due immagini che continuano a interrogarmi.
Perché anche nelle organizzazioni vedo spesso la stessa tensione.
Da una parte il rischio di costruire sistemi sempre più sofisticati, efficienti e performanti, ma progressivamente svuotati di senso.
Dall’altra il rischio opposto: idee generose, visioni elevate e intenzioni sincere che non riescono però a tradursi in realtà concreta.
Tra queste due polarità continuo a cercare un’alternativa.
Un luogo in cui efficienza e significato, risultati e comunità, artificio e umanità possano sostenersi reciprocamente anziché escludersi.
Forse è proprio questa ricerca che mi ha portato a interrogarmi così profondamente su V.E.R.A.
La polarità che rischiamo di dimenticare
Più riflettevo sulla mia reazione a V.E.R.A., più mi rendevo conto che forse stavo guardando il posto sbagliato.
La mia attenzione era catturata dalla polarità tra umanità e tecnologia. Una polarità reale, importante e oggi inevitabilmente al centro del dibattito.
Ma è davvero quella più decisiva?
Forse perché l’Artificial Intelligence è nuova, visibile e vicina, tendiamo a proiettarvi sopra gran parte delle nostre speranze e delle nostre paure. Discutiamo di algoritmi, automazione, controllo e sostituzione del lavoro umano. Ci chiediamo se perderemo autonomia, creatività o capacità di discernimento.
Eppure, osservando la mia reazione, mi sono accorto che la mia preoccupazione più profonda non riguardava davvero l’intelligenza artificiale.
La forza della materialità senza cuore, lasciata libera di agire da sola, potrebbe certamente condurci in un mondo predominato dai bit. È una paura comprensibile.
Ma non è la mia paura principale.
Ci consumiamo nell’angoscia per la perdita di controllo dell’algoritmo, un oggetto generato da noi e che possiamo ancora correggere, mentre rischiamo di non vedere una crisi molto più antica: quella della relazione tra l’essere umano e la natura.
In questa direzione, il richiamo all’ecologia integrale mi sembra decisivo. Non come questione ambientale separata dalle altre, ma come manifestazione di una stessa logica estrattiva che attraversa il nostro rapporto con il sistema vivente di cui facciamo parte, con le organizzazioni, con le comunità e persino con noi stessi.
Quando smettiamo di vedere le relazioni e vediamo soltanto risorse da utilizzare, tutto diventa oggetto di consumo: il pianeta, il lavoro, il tempo, le persone.
Forse l’AI, fatta da noi, controllata da noi, specchio di noi, ci fa così paura proprio perché parla di noi.
Ma l’unica entità che non abbiamo creato e non possiamo controllare continuiamo spesso a trattarla come uno sfondo senza voce in capitolo.
L’essere umano ha sempre saputo generare strumenti capaci di sostenere la propria tensione evolutiva. La capacità di includere, integrare e trovare un equilibrio tra polarità apparentemente inconciliabili è una delle nostre caratteristiche più profonde. Voglio credere che continuerà a esserlo.
La vera domanda, allora, potrebbe non essere se la tecnologia diventerà troppo potente.
Potrebbe essere se noi saremo capaci di sviluppare sufficiente saggezza per abitare le conseguenze del nostro potere creativo.
Il Terzo Paradiso
È forse qui che il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto (5) acquista per me un significato ancora più profondo.
Spesso tendiamo a leggerlo come una metafora dell’incontro tra umano e tecnologia. Ma la sua intuizione originaria è più ampia.
- Il primo paradiso è la natura.
- Il secondo è l’artificio creato dall’essere umano.
- Il terzo nasce dalla possibilità di una riconciliazione evolutiva tra questi due mondi.
Non una vittoria dell’uno sull’altro. Non una sintesi che annulla le differenze. Ma una nuova forma di coesistenza capace di generare vita.
Guardando V.E.R.A., guardando le mie paure e guardando le tensioni che attraversano le organizzazioni contemporanee, mi accorgo che la domanda è sempre la stessa: come possiamo costruire forme di artificio che restino al servizio della vita?
Se alla capacità della tecnologia di generare calore sociale – e V.E.R.A. lo ha fatto concretamente davanti a duecento persone – integriamo la qualità retrospettiva e incarnata dell’umanità, quella che connette cervello, cuore e anima, allora forse possiamo produrre qualcosa di nuovo e generativo.
Non si tratta di trovare semplicemente un equilibrio tra due estremi. Si tratta di generare un terzo elemento che prima non esisteva.
Posso allora uscire dallo scontato tertium non datur per cimentarmi con il tertium datur.
Il terzo è dato. È possibile. Ma non è automatico. Lo devo costruire, pietra dopo pietra, insieme, con coraggio, umiltà e dubbi.
Neemia e il metodo della prossima pietra
Nel Libro di Neemia, Gerusalemme è ripetutamente in macerie. Le mura sono abbattute, le porte bruciate, il popolo disperso e umiliato.
Neemia, un funzionario della corte persiana, non un profeta e non un eroe, ottiene il permesso di tornare nella città distrutta per ricostruirla.
La prima cosa che fa è uscire di notte, da solo, a guardare le macerie.
Nessuno sa ancora cosa stia facendo, non ha ancora annunciato nulla. Non ha un progetto completo e non sa come sarà il muro quando sarà finito.
Sta solo guardando. Con i piedi nella polvere. Poi comincia a posare pietre, una dopo l’altra.
Non scelgo questa metafora per la grandiosità del risultato: Gerusalemme ricostruita e il popolo riunito. La scelgo per il metodo.
Neemia non aveva la visione completa. Aveva la prossima pietra.
E la capacità di restare nel cantiere anche quando non sapeva ancora come sarebbe venuto il muro.
Questo momento della mia vita assomiglia più a quel cantiere notturno che al trionfo della ricostruzione.
Assomiglia alla fatica silenziosa di guardare le macerie e chiedersi da dove cominciare, restando esposto al rischio di negare una delle parti in gioco.
La pietra che mi fa più paura
Potrei raccontare ancora molto della mia esperienza con il costrutto “and and”, della mia riconoscenza verso il Terzo Paradiso o dell’integrazione tra tecnologia e umanità.
Le ho vissute, elaborate e posso raccontarle.
C’è però una pietra che personalmente faccio più fatica a posare: la paura di non essere all’altezza di stare con la mia fragilità e con le mie paure mentre provo a fare il costruttore nel Terzo Paradiso.
Non è paura del fallimento. Non è nemmeno paura del giudizio.
È una paura più specifica: dover abitare l’incertezza senza la protezione di una polarità, senza il conforto di sapere da che parte stare, senza l’identità rassicurante di chi ha una visione chiara e coerente.
Questo momento, per me, richiede di stare nel mezzo senza rete. Con gracilità. Con dubbi vivi.
Senza sapere se la prossima pietra sarà quella giusta.
Scharmer scrive che il cambiamento profondo comincia sempre da un cambiamento nella qualità dell’attenzione. Non nelle strategie, non nei processi, non nei framework. Nell’attenzione. E l’attenzione cambia solo quando sono disposto a vedere anche il posto da cui sto guardando la realtà.
Da dove stiamo guardando l’artificial intelligence?
Forse V.E.R.A. mi ha posto proprio questa domanda. Non solo: che cosa può fare l’intelligenza artificiale? Ma: da dove la stiamo guardando?
La guardiamo dalla paura del controllo? Dalla fascinazione per l’efficienza? Dal desiderio di sostituire ciò che è umano? Dalla possibilità di generare un terzo spazio?
Se l’Artificial Intelligence amplifica ciò che siamo, allora la domanda organizzativa non è soltanto quale tecnologia adottare.
La domanda è: che cosa stiamo diventando? Quale parte di noi vogliamo che venga amplificata?
E quale terzo spazio possiamo costruire tra efficienza e umanità, tra artificio e natura, tra innovazione e senso?
E tu, da dove stai guardando questo momento così denso di polarità che ci strattonano e ci lasciano pieni di dubbi? Da dove trai la forza per essere costruttore del Terzo Paradiso?
Note di riferimento
- V.E.R.A. – Voice of Evidence and Radical Asking – è un agente sviluppato e istruito su LLM Claude Enterprise attraverso una collaborazione di Peoplerise e Arsenalia (Makers of Change).
- Otto Scharmer , Theory U: Leading from the Future as It Emerges, SOL, 2007.
- Gallup, State of the Global Workplace 2026.
- Magnifica Humanitas, Libreria Editrice Vaticana, 2026
- Il Terzo Paradiso è l’opera di Michelangelo Pistoletto ed è il progetto che egli ha ideato e poi donato all’umanità.