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Il lavoro come opera d’arte

l'arte nei progetti di sviluppo organizzativo

“Tutta l’arte è stata contemporanea” ci ricorda l’installazione di Maurizio Nannucci.

Da sempre, soprattutto dalla fine dell’800, l’arte ha sentito come sua la necessità di essere avanguardia, antenna delle complessità e delle contraddizioni che il presente emergente ci pone davanti. Un presente pieno di possibili interpretazioni, di opinioni, di dilemmi non facili da affrontare, come questo 2020 ci sta confermando. Eppure, nonostante questo, continua ad essere un presente in cui prendere ogni giorno piccole e grandi decisioni,  costruirci opinioni e scegliere su quali principi e valori modellare i nostri comportamenti, anche sul lavoro.

all art has been contemporary

All art has been contemporary | Maurizio Nannucci

 

Ma cosa c’entra l’arte con i progetti di sviluppo delle organizzazioni, spesso ci chiedono.

Le organizzazioni sono eco-sistemi, microcosmi, esattamente come la società di cui facciamo parte e soprattutto le organizzazioni esistono grazie alle persone che ne fanno parte. E l’arte ci aiuta ad accedere al pieno potenziale di noi stessi, nell’affrontare le sfide che abbiamo davanti. Come?

 

1. L’arte rende accessibile la complessità.

 

È immediata, universale e non verbale.

Coinvolge le nostre emozioni più profonde, non solo la parte razionale che spesso la fa da padrone nelle nostre scelte sul lavoro; quelle stesse scelte perfette sulla carta, ma a volte poco sostenibili nella vita nostra e dei nostri team. L’arte incarna il lato migliore della natura umana, la sua complessità e la bellezza che può generare se si prova a viverla a pieno. L’arte ci dice che andiamo bene come siamo, che l’imperfezione e la contraddizione possono diventare poesia e cammino di scoperta. Navigare la complessità, anziché negarla o ricondurla forzatamente a procedure, apre a modalità di lavoro nuove, agili, basate su prototipi e apprendimento continuo, che sono più adatte al presente incerto in cui viviamo.

magritte L'Empire des lumières

L’Empire des lumières | René Magritte

 

Magritte fu maestro di questa contraddizione affascinante come dimostra il suo “Impero delle luci”.

 

2. L’arte ci fa specchio.

 

Fare esperienza dell’arte è fare esperienza della vita. Tutti i sensi riacquistano la loro funzione centrale nell’esperienza e tornano a essere promotori del pensiero. Quindi una piccola esperienza artistica può aprire a intuizioni che possono essere poi replicate e moltiplicate nella quotidianità. In un momento in cui lo smart working è arrivato più per necessità che per scelta, imparare in modo nuovo a partecipare con tutti i nostri sensi al lavoro quotidiano, sta diventando una questione non solo di efficacia lavorativa, ma anche di salute mentale.

 

“Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima”.

George Bernard Shaw

 

Narciso-Caravaggio
Narciso | Caravaggio

 

Il mito di Narciso, qui nella raffigurazione di Caravaggio ha ispirato così tante pagine della letteratura psicologica contemporanea!

 

 

3. L’arte accende domande.

 

A volte in modo provocatorio, altre volte più velatamente, l’arte pone domande, domande potenti, domande scomode. Quanto abbiamo bisogno di queste domande autentiche per poter essere noi stessi fino in fondo, nella vita e nei gruppi di lavoro di cui facciamo parte. Non è un caso che uno dei temi più richiestici sia come fare retrospettive agili, affrontare tensioni, imparare a dare e ricevere feedback e comunicare in modo non violento. Le domande poste attraverso l’arte entrano in risonanza con quello che siamo, i nostri desideri e ambizioni, i nostri bisogni e le nostre paure. Questa foto l’ho scattata in agosto, camminando per le calli di Venezia e pensavo come una frase così semplice, messa in un luogo inedito come uno scalino, calpestata da tante persone ogni giorno, possa scatenare riflessioni e stimoli potenti.

A questo può aprire l’arte in un gruppo.

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L’artista come coscienza scomoda | 2020 | Venezia

 

 

4. L’arte permette la condivisione

 

L’Arte ci fa sentire parte di qualcosa, ci permette di condividere le nostre esperienze, sia da artisti che da fruitori. Le opere d’arte, così come la realtà che ci circonda, non hanno un significato univoco. Ognuno ha una prospettiva speciale da cui le crea o le osserva, così come ognuno di noi ha una competenza unica e può avere un’opinione in un progetto. Diventa nostra responsabilità scegliere se agire questa consapevolezza in modo generativo o distruttivo. Quanto più impariamo a connetterci e ad ascoltare le diverse prospettive sul lavoro, tanto più rapide ed efficaci potranno essere le nostre decisioni.

nativity icon

Icona della Natività | Andrei Rublev

 

Nelle icone russe, la prospettiva è rovesciata. Questo significa che il punto di fuga è esterno al quadro e coincide con l’osservatore.

prospettiva inversa

È una scelta che ha un valore fortemente simbolico, ci comunica fisicamente che siamo noi osservatori a dare una prospettiva unica a quel che guardiamo. Siamo noi a costruire il senso. Si potrebbe obiettare che all’epoca non era ancora conosciuta la prospettiva lineare ed è vero, storicamente. Ma è altrettanto vero che ancora oggi, le immagini sacre della tradizione ortodossa sono costruite secondo questa “logica” e che il Cubismo ha sentito la necessità di ribadire che la realtà è frutto di costruzioni di significato individuali e multiple.

 

5. L’arte richiede il coraggio di prendere una posizione

 

Ogni artista con le sue opere prende una posizione e si espone alle interpretazioni o giudizi del mondo. Un’opera d’arte non è solo un oggetto o una performance, ma è il percorso di ricerca che ne ha generato l’urgenza e le conseguenze che produce nel mondo. Questo percorso può essere lungo, spesso invisibile.

Il coraggio è molto utile nel nostro lavoro trasformativo con i gruppi. Come abbracciare le decisioni o le posizioni di un collega, essere un sostenitore attivo, un buon follower? E come prendere coraggiosamente posizioni, quando è in carico a noi di fare sintesi. Come essere un leader?

marina abramovic rhytm 0

Marina Abramović | Rhythm 0 | 1974 | Napoli | Arte Svelata

 

Marina Abramovic nel 1974, realizzò una performance artistica estrema su questo tema, “Rhytm 0“. Espose sé stessa, il suo essere, in modo autentico e vulnerabile al giudizio e all’azione del mondo. Rimase immobile per sei ore, dalle 20 alle 2 di notte. Aveva predisposto, su un tavolo nella sala, anche 72 oggetti, lasciando agli astanti un messaggio scritto:

“Ci sono 72 elementi sul tavolo e si possono usare liberamente su di me. Durante questo periodo, mi prendo la piena responsabilità di ciò che accade”.

Quel che successe è ormai storia, una storia ancora contemporanea.

marina abramovic rhytm 0

Marina Abramović | Rhythm 0 | 1974 | Napoli | Arte Svelata

marina abramovic rhytm 0

Marina Abramović | Rhythm 0 | 1974 | Napoli | Arte Svelata

 

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